LA QUESTIONE VERDE - Riflessioni su agricoltura e campagna
di Luigi Franco
Da anni,per interesse personale e come studente di Agraria (ampiamente
fuori corso,per irriducibile incompatibilità con l'ispirazione tecnocratica di
questa Facoltà),seguo pubblicazioni e niziative del vasto movimento che si
richiama a un recupero della terra in senso ecologico e anticapitalistico.
E' un insieme assai vario di realtà,che va dalle associazioni biodinamiche
ai "verdi" di tutte le sfumature: ma mi sembra che ci sia un equivoco di fondo.
Bisogna distinguere tra agricoltura come settore economico,e campagna come
ambiente sociale.
Non basta cambiare certe tecniche di lavoro per risolvere la
questione rurale: si può anche immaginare un'agricoltura ecologica e disinqui-
nata che tuttavia rinforzi lo sbaglio fondamentale,cioè l'isolamento culturale
ed esistenziale della campagna stessa,la sua riduzione a comparto marginale
e residuale,la rapina urbana che priva il territorio di presenza umana e di valori.
Si può immaginare un'agricoltura "pulita" ed estetica grazie all'uso di maggior
tecnologia ed automazione,con ulteriore espulsione di manodopera: più capitale
e meno lavoro vivo,più efficienza nelle zone intensive,più silenzio altrove.
Peggio,un'agricoltura tornata attraente può incentivare il ritorno alla terra in chiave
turistica e palazzinara,il fungheggiare dei capannoni del Decentramento Produttivo,
la diffusione capillare della peste urbana e del suo colonialismo spirituale.
Tutto ciò è già realtà,"i barbari sono tra noi" (nel senso di quell'articolo di Calvino
sul proliferare degli oggetti consumistici,alienati e obsolescenti).
Ma barbaro è forse anche il pragmatismo ingenuo di chi punta all'alternativa tec-
nico-biologica senza chiarire in quale contesto sociale va situata,senza princìpi
diversi da quelli della civiltà industriale.
Il "problema agrario" va ben al di là del fatto ecologico-economico,e anche della
emarginazione storica a cui le classi egemoni l'hanno destinata: ha radici antiche,
nell'orizzonte remoto della divisione del lavoro,o addirittura nel divirzio primor-
diale dell'uomo dalla natura e dai suoi simili.
Naturalmente,in attesa di una riconversione spirituale radicale e globale,ben vengano
i pionieri,gli esperimenti di recupero comunitario,gli arcipelaghi verdi e alternativi.
In conclusione di questo frammento di discorso,ne riconosco il vizio di fondo di una
matrice poetico-romantica,la contemplazione accorata e struggente di ciò che oggi
la campagna realmente,desolatamente è: una immensa,vana distesa di posti da vivere,
di possibilità inadempiute,inespresse,un grido taciuto.